Una foto vicina al cuore

Dopo una colazione al bar con gli amici decido di partire in moto: nessun programma, nessuna tabella di marcia, solo una meta: Castel del Monte.
Vidi per la prima volta quel castello nel film “Il racconto dei racconti” (Tale of Tales) di Matteo Garrone, basato su una serie di racconti di Giambattista Basile. Pellicola bellissima consigliatissima. Dopo la visione del film, questo luogo era diventato ricorrente: almeno una volta al mese mi capitava di vederlo da qualche parte e quando non lo vedevo mi capitava di pensarlo. Era quasi un’ossessione.
La primavera si affaccia timida; l’aria è fresca.
In autostrada, ogni tanto, qualche bolla d’aria calda penetra la giacca e la maglia termica, e un brivido mi scorre lungo la schiena; la sensazione del momento presente, senza pensieri, mi fa sentire libero.
Ogni tanto l’occhio mi cade sul tappo del serbatoio e su quello della mia scrambler è incisa la frase più semplice possibile: “born free”; “nato/a libero/a”, frase che mi suona come un memorandum quando sono fagocitato dal quotidiano.
Prima sosta: Falerna. Proprio di fronte al bivio, all’uscita dell’autostrada, c’è un alimentare, si chiama “Vecchi Sapori”, gestito da una signora simpaticissima. Prendo due paninazzi farciti con tutto ciò che attira la mia attenzione; oggi non voglio privarmi di nulla. La signora che mi prepara i panini è contenta e soddisfatta, soprattutto quando accetto quello che mi offre. Do uno sguardo ai panini, uno alla moto. Non vedo l’ora di ripartire. La signora, di una tenerezza unica, mi sistema tutto in un sacchetto e seguendomi con gli occhi mentre sistemo tutto nello zaino, mi saluta e, mentre mi sto per voltare, mi afferra per il braccio: “Mi raccomando, vai piano”.
C’è ancora un bel po’ di strada da fare e di cose belle da vedere. Oggi la fretta e la velocità non sono sicuramente nei miei piani. Fatta la traversata West Coast/East Coast calabra, lo Jonio si presenta limpido e calmo; sembra quasi un lago. C’è un punto della SS 106 dove il mare sembra essere più in alto della strada e la sensazione in moto è amplificata; in alcuni punti, grazie al vento che soffia dalla costa, si può percepire l’odore di salsedine. La voglia di fermarmi e fare un tuffo in acqua è tanta, ma devo arrivare a destinazione; non posso rimanere fuori per la notte.
Al di là del mare
Pausa autogrill di Metaponto, pipì/pranzo/relax/caffè e dissetata la moto, si riparte. Faccio un tratto di strada con un signore tedesco di 80 anni; lui ha un bel GS 1250 R attrezzato di tutto punto: fari fendi nebbia, manopole e sella riscaldate, tuta abbinata alla moto, zaini su misura abbinati alla moto, navigatore gps con mappe e geolocalizzazione anche offline, insomma, il mio amico tedesco, che chiameremo Hans, nome di fantasia, viaggia comodo. L’ho conosciuto nella pausa pranzo, come detto prima, Hans ha 80 anni, non è biondo e non ha gli occhi azzurri, ma è un armadio, schiena dritta, fisico atletico, capello bianco lungo e curato e barba incolta. Gli avrei dato 20 anni in meno. Quando mi ha detto l’età, continuavo a ripetergli senza rendermene conto: “80 anni, 80 anni??!” e rideva compiaciuto sotto i baffetti. Indossa un paio d’occhiali da sole specchiati gialli, tipo quelli che usano gli sciatori della domenica in settimana bianca, ed è seduto sul suo sgabellino pieghevole da campeggio in alluminio; dice che in giro non si trovano panchine comode e quasi sempre sono “[…] al sole quando hai bisogno dell’ombra e all’ombra quando vorresti stare al sole”. Come dargli torto. Dopo due ore e mezza in moto, nonostante la fascia lombare e quasi 50 anni in meno, vorrei anch’io lo sgabellino di Hans; sedermi all’ombra, sul morbido, lo desidero più del panino.
Mentre ci godiamo la pausa, lui, seduto comodo, io buttato sullo zaino, iniziamo un po’ a parlare: mi chiede cosa faccio nella vita, dove sto andando e perché; mi chiede se sono fidanzato o sposato; io rispondo di no e lui mi chiede perché; mi chiede se un giorno mi piacerebbe viaggiare con la mia compagna; rispondo che sarebbe un sogno e lui mi chiede “Perché un sogno? Perché non lo fai davvero?”; io rispondo che non ho trovato la persona giusta e con le stesse passioni: lui mi chiede “non l’hai trovata o non vuoi trovarla?” Più andavamo avanti, più mi sentivo a disagio di tutti questi perché, mi inizio ad infastidire, sembra l’esame di coscienza che non ho mai voluto affrontare personificato in Hans; a quel punto Hans stava diventando “Hansia”.
Prima o poi, però, una resa dei conti o, quanto meno, il principio di un confronto reale, sincero con se stessi deve arrivare. Avevo la sensazione che quel libro sull’Ikigai, letto qualche mese prima, si stesse materializzando per farmi vedere come si applica nel concreto. Hans mi mette con le spalle al muro e, piano piano, dal disagio inizio a percepire che questo incontro non è un caso. Una frase di un caro amico di mio nonno, probabilmente suo coetaneo, mi risuona nella mente:
“a vita è n’appuntamentu” (la vita è un appuntamento);
magari io e Hans, lui dalla periferia di Monaco di Baviera, io da una frazione di Vibo Valentia, ci siamo dati appuntamento a Metaponto; e ad avvalorare la mia tesi che il caos e il caso hanno un loro ordine matematico è proprio il nome della località, Metaponto, che in greco significa “al di la del mare” e in questo caso il mare non era lo Jonio; Hans mi sta portando al di la del mio mare interiore, a farmi visitare le varie isole che lo affollano e che puntualmente ho abbandonato quando le cose si mettevano male con ciò che le abitava. Hans era lì, a farmi domande come se per lui in quel momento fossi importante; ad ascoltarmi attentamente; a farmi ragionare sul fatto che stessi attraversando un periodo senza avere obiettivi, mete, sogni; a farmi notare che cercavo stimoli fuori da me senza godermi la bellezza delle cose che mi succedevano, perché da soli si possono fare mille imprese, ma che valore hanno se non possiamo o non vogliamo condividerle? Svegliarsi senza saper rispondere alla domanda “perché?”, perché faccio questo lavoro? Perché faccio questo viaggio? Perché mi attira quel luogo? Perché non mi piace questa o quella cosa?
Sembra banale, ma inizio a capire che quelle di Hans non sono domande, ma è il suo modo di affrontare le cose; è il modo migliore per conoscere se stessi e scoprire il mondo che ci abita e anche quello che circonda; rispondere ad un perché ci rende pienamente consapevoli delle nostre scelte, della nostra esistenza. Mi ha fatto rendere conto che stavo procedendo nel buio e invece di usare la torcia per guardare dove stavo andando, la stavo sprecando per accendere le fiaccole che si spegnevano alle mie spalle e che la torcia che avevo in mano si stava esaurendo per tentare di mantenere vivo un percorso che avevo già fatto e concluso; mi ha fatto capire che a volte quella torcia che ci viene data va anche spenta periodicamente per preservarla, senza avere paura del buio, perché in quel momento si riesce a percepire la via d’uscita davanti a noi o, se necessario, cambiare direzione. Anche perché una cosa è certa: viviamo a senso unico; tornare indietro non è possibile fisicamente, e farlo mentalmente comporta un dispendio di energia tale da impedirci di guardare avanti e di vivere il momento presente. E anche quando stiamo fermi, stiamo comunque andando avanti, quindi tanto vale farlo attivamente. Ecco allora il potere dei “perché?”: perché sto male? Perché non sono felice di me stesso?
La storia di Hans
Dopo qualche minuto di silenzio che sembra quasi che me lo avesse lasciato per pensare a tutto quello che ci siamo detti, comincio ad essere curioso e anch’io voglio sapere qualcosa di lui. Metto da parte la timidezza e gli chiedo: “Hans, tu perché sei partito in moto da solo?” Lui sorride.
Mi porta al 1964. Lui aveva 20 anni. Mi racconta delle difficoltà del dopoguerra; del fidanzamento osteggiato dai suoi genitori perché la ragazza della quale era innamorato proveniva da una famiglia di fuggitivi della Germania Sovietica: “[…] All’epoca si temevano fossero spie, ma una donna così dolce non sarebbe stata in grado di fare del male a nessuno”. Dopo gli studi fuggirono insieme dalle loro rispettive famiglie per potersi sposare; lui, ormai medico, avrebbe trovato lavoro ovunque; lei amava dipingere: “[…] potevo vedere il mondo attraverso i suoi occhi”.
Con lei ha fatto tutto: non c’è stato nulla che non si fossero detti, non c’è stato un attimo non condiviso; non c’è stato un giorno in cui non si siano voluti bene. “[…] Quando discutevamo, cucinavo io per fare pace, poi si rendeva conto che rischiavo di incendiare la casa; mi guardava sorridendo, mi stringeva forte le mani, ci abbracciavamo e il nervosismo passava. Poi si riusciva a parlare e a risolvere i problemi senza farci del male”. Si prendevano cura l’uno dell’altra con un affetto e un amore tali che mi sembra di vederli davanti ai miei occhi. Quasi come se fosse un film.
Quando potevano, facevano le valigie e partivano, e i figli, insieme a loro. La meta del viaggio la decidevano mettendo un bigliettino in un barattolo, e il più piccolo della famiglia doveva estrarre un bigliettino; quella sarebbe stata la meta e nessuno sarebbe rimasto scontento.
Dopo che i figli sono diventati adulti e indipendenti, Hans e sua moglie iniziarono a viaggiare da soli e negli ultimi anni hanno iniziato ad apprezzare la bellezza del viaggiare in moto, certo, non è comodo, ma in moto porti solo le cose importanti: “[…] tua moglie, le foto dei figli e dei nipoti, due cambi e tanto divertimento”.
Sua moglie negli ultimi anni si è ammalata; lui non l’ha abbandonata per nessun motivo e l’ha accompagnata fino al suo ultimo viaggio: “[…] Spero di aver fatto quanto lei avrebbe fatto per me”.
Hans è partito di nascosto contro la volontà dei figli: “[…] Mi hanno scoperto quando ormai ero in Liguria”, mi ha detto sghignazzando. Il suo viaggio inizia da Harlaching, un quartiere di Monaco di Baviera; aveva percorso tutta la costa ovest dell’Italia, aveva “circumnavigato” la Sicilia e stava risalendo dalla costa est. Tutto questo giro, non poco impegnativo, era il viaggio che aveva programmato con sua moglie prima della malattia; ora lo sta facendo per lei perché glielo aveva promesso guardandola per l’ultima volta negli occhi. Porta la sua foto vicino al cuore. “[…] Quando avrai la fortuna di trovare una compagna di viaggio, prenditene cura e ricordati che le promesse si mantengono anche quando fanno male”. Hans stava viaggiando nel suo buio col sorriso e senza guardarsi indietro, stava custodendo la sua fiaccola nel cuore e lo sguardo fisso sulla sua promessa. Tutto questo è la risposta ai suoi perché: è ciò che lo rende felice e gli dà uno scopo, una meta, un obiettivo.
Non vedo l’ora di mettermi il sottocasco e il casco e abbassare la visiera oscurata per nascondere gli occhi lucidi.
Raccogliamo le carte dei panini, ci sistemiamo le moto, lui raccoglie il suo magnifico sgabellino e, allacciati i caschi, ripartiamo.
Entriamo insieme in Basilicata. Ci salutiamo toccandoci il piede poco prima di un bivio; lui va verso Matera, io proseguo diritto ai piedi degli Appennini Lucani. Devo tagliare la Basilicata per puntare al nord della Puglia. In controluce intravedo il sorriso di Hans nella lieve trasparenza della sua visiera oscurata; le moto puntano in direzioni divergenti. Tiriamo due marce all’unisono e ci perdiamo mentre sento il rumore della sua moto sfumare alle mie spalle.
Calabria – – -> Basilicata —> Puglia
Il paesaggio diventa roccioso; il navigatore non parla da un po’ nell’auricolare. Si era staccato mentre stendevo il piede al mio amico tedesco. Avevo allungato il giro di una quarantina di chilometri, ma ne era valsa la pena. Grazie alla conversazione con Hans, invece di incazzarmi, mi sono goduto quel piccolo errore. Le strade passano da curve continue e veloci a rettilinei immersi tra rocce e dune di fieno verde. Mi fermo per godermi l’aria che cambia e il paesaggio così pieno di dettagli che è impossibile da abbracciare con un solo sguardo.
Quasi arrivato a Castel del Monte, mi rendo conto di essere a secco di benzina o poco ci manca. Non ci sono autogrill; non ne ho incontrati per quasi 120 km, ma con i calcoli fatti ci sto dentro. Certo, il fuori programma di 40 km non era stato considerato, ma ormai sono a 10/15 km dalla meta.
Arrivato a Castel del Monte, il sorriso non sta più nel casco; il problema della benzina passa in secondo piano e inizio la mia visita al castello.
Il tempo qui sembra sospeso; il bianco delle mura rende tutto etereo e amplifica questa sensazione di leggerezza.
Le stanze del castello sono enormi e fresche. Per quanto non fosse ancora estate, il sole scalda e quell’aria fresca che sembra uscire dalle pareti mi ristora. Mi fermo al centro della corte interna, anche questa di forma ottagonale, l’effetto acustico è incredibile: il vociare dei turisti e dei bambini incantati da questa struttura che sembra uscita da una fiaba dei Fratelli Grimm, sembrano provenire dall’interno della mia mente, come se fossero degli echi di ricordi.
Esco dal Castello e mi bevo una Coca al bar. Adesso devo risolvere il problema della benzina. Chiedo anche al barista se posso mettere un po’ il telefono a caricare. Mentre faccio i miei calcoli, in sottofondo sento parlare due motociclisti che dall’accento mi sembrano della zona, o quanto meno della Puglia. Subito entriamo in confidenza, gli spiego che mi rimangono circa 20 km di autonomia e che il navigatore non mi dà distributori di benzina abbastanza vicini da arrivarci a motore. Mi dicono che in realtà lì vicino c’è un distributore e si offrono di farmi strada. Sono rimasti abbastanza colpiti dalla mia scramblerina che mi ha portato fino a lì. Sfiorata Bari e salutati i motociclisti, rientro verso la Calabria, pausa a Rende, arrivo a Vibo è 1:30 e sono felice.
Note di Viaggio
Per questo viaggio non ho particolari indicazioni. Sicuramente che sia macchina o moto, la scelta di fare il pieno a Metaponto non la sottovaluterei perché in tutto il percorso fatto fino al Castello non ho incontrato aree di servizio.
Se partite da Falerna in giù, consiglio di prendere i panini o tante altre cose buone da “Vecchi Sapori” vicino allo svincolo autostradale di Falerna.
Consiglio Acquisti
in questo viaggio ho utilizzato i guanti Kemimoto in pelle di capra, all’inizio sono leggermente rigidi ma con l’utilizzo la pelle si ammorbidisce e diventano molto comodi. Sono utilizzabili anche su touchscreen cosa importante sui viaggi lunghi poiché consentono di intervenire sul navigatore senza dover togliere il guanto.
Il casco è della Scorpio Exo-tech Evo nero opaco, casco modulare di fattura eccellente, comodo leggero con un’ampia visiera che permette un’ottima visuale periferica; ho scelto questo casco per la visiera oscurata a scomparsa che si alza e si abbassa con un pulsante a scorrimento facile da utilizzare anche con i guanti in stile aviatore. Così posso evitare di mettere gli occhiali da sole nel casco, o per chi guida con occhiali da vista può avere questa funzione utile. La visiera non crea fastidiose distorsioni se guardiamo in basso o ai lati. Il casco diventa praticamente un jet poiché la mentoniera ruota in dietro di 180° conferendogli anche una bella forma estetica. All’interno c’è spazio per inserire un eventuale interfono o gli auricolari.
Pantaloni da moto economici… eh non avevo molto budget ma questi che ho trovato su Amazon sono stati una rivelazione. Sono in tessuto jeans elastico, rimangono aderenti al corpo ma nonostante fossero spessi sono traspiranti. Sono spediti con delle protezioni in spugna irrisorie, ma sempre meglio che non averne. Le protezioni sono facili da smontare, non sono scomode anche se una volta parcheggiata la moto facciamo delle camminate.
Zaino della Key of Street della HYC00, molto capiente leggero con la cinghia sul pettorale per evitare movimenti indesiderati in curva. Entra anche un casco integrale al suo interno. L’ho acquistato tre anni fa dal momento in cui scrivo e ha resistito dignitosamente a viaggi, pioggia e maltrattamenti di ogni tipo. Rapporto qualità prezzo ottimo direi.
Il sottocasco, elemento importante e da non sottovalutare, d’estate preserva il casco dal sudore e protegge il collo da insetti e sabbia, chi fa autostrada con una scarenata sa di cosa parlo.
La giacca con le protezioni anche queste in gomma smontabili per poter lavare la giacca.
Scarpe della B Esse, sono comodissime e anche se all’apparenza sembrano normali, in realtà sono rinforzate e hanno un sostegno per le caviglie.
Mi raccomando sull’abbigliamento in moto. Ricordate che ciò che indossiamo è l’unica cosa che ci separa dall’asfalto. Non abbiamo sportelli, paraurti e barre deformati a proteggerci. Che il tragitto sia breve o un viaggio di 1000 km per l’asfalto, non c’è differenza. Oltre alla pubblicità che mi sono sentito di fare a questi prodotti che ho utilizzato, spero di poter fare anche un minimo di sensibilizzazione. Mi capita troppo spesso di incontrare per strada o peggio, in autostrada, persone che camminano con caschi aperti, con magliettine leggere e scarpe da tennis o in pantaloncini. Andare in moto è quasi come andare in volo, la prudenza non è mai troppa e i dispositivi di protezione non bisogna ignorarli. Ovviamente non possiamo andare in giro con la tuta in pelle e l’attrezzatura da pista, risulteremmo ridicoli oltre che poco funzionali alla strada, ma esistono alternative economiche come quelle che ho indicato che sono un buon compromesso tra un abbigliamento normale (all’apparenza) e un minimo di protezione in caso di caduta.
